2.5 Magritte, una ricorsività enigmatica

Il pittore belga René Magritte, che fu tra i maggiori esponenti del movimento surrealista in Europa, nella sua opera si serve sapientemente sia del paradosso che della ripetizione, nell’ottica di un pensiero che vede il mistero come un nodo centrale del concetto stesso di esistenza.

René Magritte, Ceci n’est pas une pipe

René Magritte, Ceci n’est pas une pipe, immagine protetta da Copyright

La pittura di Magritte è in verità «banale, accademica» poiché egli non ricerca un modo di dipingere nuovo, originale ma desidera andare al fondo delle cose e fare della pittura uno strumento che permetta di approfondire la conoscenza del mondo. «Ciò che è importante, nella mia pittura, è ciò che essa mostra. Io ritengo essenziale scoprire come mai il mondo possa interessarci profondamente. Ora, il mondo ci interessa profondamente in conseguenza del suo mistero.» (10)
Il mondo è un mistero, l’esistenza dell’uomo «è un mistero, come d’altronde quella di ogni altra cosa (…) La realtà senza mistero non è completa» (11) o addirittura non può esistere.
Il significato del mondo, così come quello della vita e delle cose, è impenetrabile. «Il significato del mondo non lo so». Il mistero dà all’esistenza un senso che necessariamente è misterioso.
Magritte è un “disfattista integrale” ma il suo disfattismo «non significa niente, è un fatto, ecco tutto». Egli prosegue nell’esperienza del «cercare senza speranza né disperazione, di cogliere l’impossibile».
Il mistero resta l’unica certezza dell’esistenza. «Nulla è certo in questo mondo, il meglio e il peggio sono sempre possibili, soprattutto il peggio».
Quello che secondo Magritte manca agli uomini è una certa curiosità verso tali questioni. Egli si serve quindi della sua pittura come mezzo per evocare il mistero del reale “in sé”.
Spesso siamo portati a considerare mistero qualcosa che è comunque abituale, identificabile, noto.
Il mistero dell’esistenza è velato dalla trama banale delle convenzioni che assopiscono in un’apparenza di familiarità la realtà delle cose (12).
Se accade che certe cose ci sembrino familiari «è grazie ad idee che le spacciano per tali» ma esistono individui che desiderano andare oltre tali limiti, in direzione di una vita migliore.
Uno dei mezzi per far questo è «cambiare l’ordine delle cose» che porterebbe secondo Magritte all’immediato comparire del «volto nuovo del mondo»; un volto che porti in sé però un «incantsimo capace di dare un senso alla vita».
Il pittore sostiene di ottenere tale incantesimo attraverso le immagini che propone. Esso è tuttavia percepibile soltanto da coloro i quali non si turbano per l’abbandono di Magritte delle abitudinarie concezioni del mondo mediocre.
Non potendo esimersi dal mostrare solo le cose apparenti (non prive tuttavia di mistero) egli conserva solo l’essenza delle figure offerte dal mondo, troncando ogni relazione con l’uso ed il tempo di tali soggetti.
Le cose esistono oltre alla loro funzione ed all’utilizzo che se ne fa. Nei quadri di Magritte esse sono private di qualsiasi senso pratico le nasconda al nostro spirito. Egli le libera dalla propria funzione e ce le presenta del tutto inutili ed inutilizzabili, enigmi che si sottraggono alla scienza.
«Tutto nasce dalla certezza che noi apparteniamo, in effetti , ad un universo enigmatico».
Attraverso immagini di cose familiari, Magritte evoca il mistero, riunendole o trasformandole fino a far sparire il loro legame con le nostre idee ingenue o scientifiche, in una frattura continua delle abitudini.
Artista rivoluzionario ricorre allo scandalo per introdurre il dubbio; mediante la rappresentazione piana e descrittiva insinua la propria provocazione conoscitiva: «Feci dei quadri in cui gli oggetti erano rappresentati con l’apparenza che hanno nella realtà, in modo abbastanza obiettivo perché l’effetto sconvolgente che avrebbero potuto provocare grazie all’uso di certi mezzi si ritrovasse nel mondo reale da cui tali oggetti erano stati tratti, in uno scambio del tutto naturale». (13)
La forza della provocazione sta proprio in questo scambio, nel rivoltare e squarciare i nessi utilitaristici e posticci per cogliere l’essenza.(14)
Non è quindi l’insolito, lo strano ma il comune a veicolare il mistero.
E’ qui che Magritte mette in scena la ricorsività: i suoi quadri Ceci n’est pas une pipe e Ceci n’est pas une pomme, se da una parte ci mostrano un tentativo di «cambiare l’ordine delle cose» dall’altra ci conducono ad un paradossale ciclo senza fine che dalla pipa ci rimanda alla sua definizione di non-pipa e così via o addirittura, secondo Focault, ad un calligramma(15) disfatto dalla tautologia soltanto apparente che rivendica l’autonomia tra parola ed immagine.

René Magritte, Ceci n’est pas une pomme, 1964

In altre immagini di indubbia natura surrealista quali Decalcomania o Golconde egli si serve inoltre della ripetizione del soggetto, nel primo caso per crearne un doppio “negativo”, nel secondo per creare una “pioggia” di soggetti identici ma rappresentati secondo diverse angolazioni.

René Magritte, Golconde, 1953. Da www.fotos.org

René Magritte, Golconde, 1953. Da www.fotos.org.

E sarà proprio negli anni di partecipazione surrealista che si definirà per lui la rottura rispetto alle abitudini ed alle convenzioni di cui abbiamo parlato.
La pittura di Magritte è l’arte di pensare che riscatta il ruolo conoscitivo della visione. La sua esperienza pittorica «che mette in discussione il mondo reale» gli dà «la fede nell’infinito delle possibilità ignorate dalla vita» la conquista delle quali è l’unico fine dell’esistenza umana.

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(10) Intervista rilasciata a Pierre Dubois in E.Crispolti, Prefazione a René Magritte, Tutti gli scritti di André Blavier.
(11) Intervista rilasciata a Jean Stevo, III in E.Crispolti, Prefazione a René Magritte, Tutti gli scritti di André Blavier.
(12) Cit. E.Crispolti, Prefazione a René Magritte, Tutti gli scritti di André Blavier.
(13) La linea della vita, II in E.Crispolti, Prefazione a  René Magritte, Tutti gli scritti
(14) Cit.  E.Crispolti, Prefazione a  René Magritte, Tutti gli scritti
(15) Un calligramma è un oggetto di per sé tautologico in quanto esso fa dire al testo ciò che il disegno rappresenta.


4 Risposte to “2.5 Magritte, una ricorsività enigmatica”

  1. Che le pipe e le mele di Magritte siano gli oggetti dentro quella scatola con pareti di specchi che volevi realizzare da ragazzina?
    Giocavo anch’io da ragazzo, davanti agli specchi, quello che più mi sconvolgeva era quando mi ponevo nel mezzo di due di essi, uno davanti l’altro dietro. E allora vedevo l’infinito. Insostenibile.
    Mi sono imbattuto casualmente nel tuo sito, cercando su internet del materiale su Magritte, per una introduzione ad uno studio sull’analemma di Tolomeo come “metodo” o calligramma per la realizzazione di orologi solari, ovvero meridiane, un campo dei miei studi. Il ritorno a Magritte è stato fulmineo, non ci pensavo da molto tempo, quando mi sono trovato davanti a due disegni in pianta prospettica da me realizzati di uno stesso “orologio”, l’uno secondo il metodo moderno della trigonometria l’altro secondo il metodo di Tolomeo. I disegni erano perfettamente uguali, ma creati secondo due metodi che racchiudevano due “visioni del mondo”. Ed ecco il pensiero a Magritte. I due disegni, dicono la stessa cosa? Rappresentano la stessa realtà? Queste sono mie domande.
    A proposito del pittore surrealista: hai pensato che “ceci n’est pas une pipe” potrebbe ricondurre alla questione degli universali, così come veniva posta dalla Scolastica medievale?
    Un cordiale saluto
    Angelo

  2. E’ un bravissimo artista.Da la visione del mondo in modo speciale.
    Oggi serve soprattutto questo.
    Bianca

  3. MAGRITTE E’ UN GRANDISSIMO GRANDISSIMO PITTORE
    SENZ’ALTRO TRA I MIEI PREFERITI.

  4. pour moi ceux sont pommes et pipes

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