6.4 Possibili sperimentazioni nel circuito del cinema
Le possibilità di sperimentazione del loop in ambito cinematografico sono pressoché infinite. L’immagine in movimento, così come il suono, ha una particolare propensione ad assumere una forma ciclica.
E’ chiaro che, se nel cinema sperimentale, così come nel video ed in parte nell’animazione, tutto è permesso, il mondo del cinema più legato alla grande distribuzione, al grande pubblico, pone certamente dei limiti più forti alla sperimentazione, poiché cerca in ogni caso di risultare abbastanza comprensibile e formalmente riconducibile alla struttura lineare tipica, inizio-sviluppo-fine.
Esistono vari tipi di sperimentazione, potremmo dire diversi utilizzi del ciclo, o della ripetizione. Alcuni si avvicinano molto al principio del loop, altri propongono soluzioni che uniscono linearità e ciclicità, altri ancora introducono la ripetitività come elemento di una storia lineare.
6.4.1 Il ciclo temporale.
Groundhog Day (tradotto in italiano come ‘Ricomincio da capo’) è un film del 1993 di Harold Ramis in cui un personaggio è costretto in un ciclo temporale senza via d’uscita.
Il film si svolge quasi per intero in una giornata: il Groundhog Day appunto, Giorno della Marmotta, una bizzarra ricorrenza di una tranquilla cittadina della provincia americana. Un meteorologo, vanitoso e cinico, Phil Connor, è inviato dalla sua rete televisiva a documentare l’evento contro la sua volontà e senza un motivo apparente si ritrova intrappolato in un loop.
Ecco quindi che un uomo che si occupa di prevedere il tempo si ritrova a vivere sempre le stesse ventiquattro ore, senza più niente da prevedere, quasi come una punizione per la troppa smania di controllo, efficienza e velocità che lo obbliga in un eterno presente.
Qual’è il senso di tutto questo? In The Body Vanishes(4) Franco La Polla cita Ricomincio da Capo e Sliding Doors come «esempi di realtà che perde identità». Giorgio Cremonini nello stesso volume individua in Phil Connors una delle «immagini della solitudine» tipiche del cinema statunitense degli anni 90: «l’iterazione temporale e la coazione a ripetere inutilmente disegnano un soggetto condannato a essere un ingranaggio passivo, una semplice e trascurabile particella, che non ha più interazione con le altre particelle […] La solitudine, divenuta inevitabile, si ripete, si ripete, si ripete…»
Poter rivivere lo stesso giorno, poter ricominciare ogni volta, poter agire già sapendo che cosa accadrà, essendone cosciente, dà al personaggio un’enorme gamma di possibilità che vanno dalle più annoiate alle più comiche e divertenti, alle più disperate e drammatiche.
«Che cosa fareste se foste bloccati in un posto e i giorni fossero tutti uguali e qualunque cosa non servisse a niente?» chiede Phil «Sembra la storia della mia vita» gli risponde uno dei due ubriaconi con cui è seduto al bancone di un bowling. Alberto Pezzotta a tale proposito scrive «il nodo del paradosso temporale escogitato da Trevor Albert con Harold Ramis sta proprio nel fatto che il tempo in cui vive Phil si ripete sì ciclicamente, ma non si azzera. […] È la memoria la sua dannazione e, in parte, la sua salvezza. Forse noi tutti, in qualche mondo possibile, continuiamo a vivere la stessa giornata senza accorgercene. Phil invece lo sa […] ma si sente dannato alla precarietà ed effimero.»(5)
Sebbene infinite volte gli sceneggiatori si siano divertiti a scomporre e ricomporre a loro piacimento la linearità alla ricerca di intrecci che pieghino i personaggi ai capricci e agli scherzi del tempo, quella di Ramis e di Danny Rubin, autore dello script, è senz’altro una delle trovate più geniali dei nostri tempi.
La ripetizione della stessa giornata, identica in ogni suo più piccolo particolare (fatta eccezione per le azioni e le decisioni di Phil) incarna decisamente il concetto di loop cinematografico. Nonostante tutti i tentativi del meteorologo di sfruttare a suo vantaggio la situazione il tempo sembra vincere sempre portandolo sull’orlo della disperazione e dell’annientamento.
Inizialmente ipotizzato come un ciclo infinito (di diecimila anni) in cui avremmo visto il personaggio intrappolato fin dall’inizio, il soggetto si è poi ridotto, per l’intervento del regista Ramis sull’originale di Rubin, ad un ciclo di circa dieci anni (di cui vediamo però solo 34 giornate) con un inizio in cui il tempo scorre in maniera lineare ed una fine in cui torna a farlo di nuovo.
In apparenza una commedia con risvolti demenziali Ricomincio da capo è diventato inaspettatamente un film chiave degli anni 90 ed è senza dubbio uno dei più interessanti esempi di ciclo temporale.
Per anni, dopo la sua uscita, Groundhog Day è stato citato, copiato, ripreso, parodiato..
E’ già ieri di Giulio Manfredonia, uscito dieci anni dopo (nel 2003) non è altro che un preciso remake italo-spagnolo della pellicola americana: cambiano l’animale in questione –una cicogna anziché la marmotta-, la location e alcuni altri dettagli ma per il resto ritroviamo pressochè identici tutti gli elementi del film di Ramis, dalle gag comiche alle scene più drammatiche e sentimentali.
Non c’è nessuna intenzione di indagare altre direzioni, di sfruttare il meccanismo della ripetizione per altri spunti e così Manfredonia propone poco più di una semplice riproduzione di Ricomincio da capo.
6.4.2 Il ciclo temporale mnemonico.
Percorrendo altre strade ma partendo sempre dal ciclo temporale come elemento chiave altri registi e sceneggiatori hanno giocato con il tempo o con la sua percezione.
Una disfunzione mnemonica quale la perdita della memoria a breve termine costituisce in sostanza, per chi la vive, una sorta di ciclo temporale: ogni volta che tutti i ricordi recenti assimilati vengono cancellati e che la persona ritorna alla data dell’evento che ha scatenato il trauma si crea in sostanza un ciclo, un loop. Sebbene non sia così, per questa persona è come rivivere di nuovo da quel giorno in avanti, fino ad una nuova cancellazione della memoria ed a un nuovo inizio dal solito punto.
Memento(2000), di Christopher Nolan, è uno degli esempi più inflazionati quando si parla di questo argomento. Film a struttura circolare non prevede una reale reiterazione degli eventi bensì un continuo ripercorrere la storia a ritroso con flash back e ripetizioni delle stesse scene con punti di attacco leggermente variati. La stessa scena, raccontata dal punto di vista del protagonista, Leonard, che non ricorda com’è iniziata, com’è arrivato lì, chi sono le persone che ha davanti, ci viene poi di nuovo raccontata a partire da ciò che la precede fino ad arrivare di nuovo al punto in cui la memoria si azzera e Leonard si chiede di nuovo «Dov’ero rimasto?». Se è vero quindi che alcune scene (o meglio, segmenti di scene) si ripetono è anche vero che questa ripetizione avviene in fase di montaggio per uno scopo puramente narrativo. Leonard vive la vicenda in maniera del tutto lineare, la vicenda è lineare tant’è che esiste una versione del film in cui un montaggio diverso ci mostra la storia in tutta la sua semplicità.
50 First Dates (2004, ‘Cinquanta volte il primo bacio’ in Italia) di Peter Segal ripropone in chiave apparentemente più leggera, ma per molti aspetti comunque drammatica, lo stesso meccanismo: dopo un incidente d’auto avvenuto nel giorno del compleanno del padre Lucy ogni mattina si sveglia convinta che sia il 13 ottobre. Mentre il padre, il fratello ed un’amica della madre cercano di fare di tutto per proteggere la ragazza dalla terribile realtà Henry, innamorato di lei, cerca non solo di farle capire ed accettare la cosa ma di aiutarla a costruirsi una sorta di memoria artificiale che le permetta di avere una vita che in qualche modo riesca comunque ad evolversi ogni giorno.
6.4.3 Il viaggio nel tempo, l’effetto farfalla, le possibilità casuali.
Altro discorso sono invece i cicli temporali dovuti a viaggi nel tempo.
In alcuni casi si tratta di cicli unici perché il viaggio non può essere compiuto più di una volta, come nel caso di Minority Report (2002) di Spielberg o di Deja Vu (2006) di Tony Scott, o del più datato It Happened Tomorrow (1944, ‘Avvenne domani’) di René Clair.
In altri casi si tratta invece di cicli potenzialmente infiniti, o realmente infiniti: trappole temporali in cui i viaggiatori saranno costretti forse per sempre.
Twelve Monkeys di Terry Gilliam (1995, ‘L’esercito delle dodici scimmie’) è il tipico caso che gli scienziati definirebbero un loop spazio-temporale.
Back to the Future (1985 , ‘Ritorno al futuro’) di Robert Zemeckis prospetta invece una possibilità ancora diversa.
Il viaggio nel tempo implica inevitabilmente la considerazione di un’altra teoria: il butterfly effect (l’effetto farfalla)(7). Caposaldo della teoria del caos (8), esprime la nozione di dipendenza sensibile alle condizioni iniziali: anche le più piccole variazioni nelle condizioni iniziali possono produrre variazioni enormi ed imprevedibili nel comportamento a lungo termine di un sistema.
Nella famosa trilogia di Zemeckis l’invenzione della macchina del tempo del dottor Emmett Brown sembra presentare al mondo una nuova era. Tuttavia, fin dal primo viaggio Marty è costretto a scontrarsi con la delicatezza del tessuto temporale. Ogni singola alterazione del corso degli eventi, seppur minima, rischia di cancellarlo dall’universo o di cancellare l’universo stesso. Una foto scattata nel futuro e i preziosi consigli scientifici di Doc lo aiutano ad accertarsi di aver ristabilito il normale ordine delle cose prima della sua partenza. Giunto di nuovo nel 1985, Marty assiste di nuovo all’uccisione di Doc ed alla sua partenza verso il passato. Sembra che davvero il viaggio di Marty sia riuscito a passare inosservato al normale svolgimento degli eventi ma non è così. Incredibilmente il ragazzo è riuscito a salvare Doc avvisandolo del pericolo di morte e a porre la propria famiglia in tutt’altra situazione rispetto a quella che avevamo visto.
E’ naturale chiedersi a questo punto se il Marty che abbiamo visto di nuovo partire modificherà a sua volta gli eventi passati e futuri e come, o se, il ciclo si ripeterà all’infinito.
Sullo stesso principio di causa effetto si basano Frequency (2000, ‘Frequency – Il futuro è in ascolto’) di Gregory Hoblit, The butterfly effect (2004) di Eric Bress, Déja vu di Tony Scott. Li accomuna l’idea del viaggio indietro nel tempo per intervenire sul passato modificando irrimediabilmente e in maniera del tutto inaspettata il futuro.
Il ragazzo di The butterfly effect riesce a rivivere eventi importanti dell’infanzia e dell’ adolescenza grazie ad alcuni diari che aveva tenuto su suggerimento del medico e che sarebbero serviti a curare un disturbo della psiche che gli provocava vuoti di memoria improvvisi ed inspiegabili. Evan cerca così di intervenire sul passato tentendo di evitare il compiersi degli eventi traumatici che hanno sconvolto la sua vita e quella della sua piccola compagna non facendo altro, però che peggiorare le cose. E mentre il ragazzo si interroga sulle parole del padre «Tu devi morire! Solo così potrai salvarla!» capisce che l’unica combinazione di possibilità che può salvare il suo futuro e quello dei suoi amici d’infanzia è possibile solo rinunciando al “futuro ideale”.
Diverso è invece il caso in cui non si ha che una possibilità, di rivivere l’evento e di cercare di modificarne l’esito (come in Deja Vu e Frequency): stabilito il contatto con il passato in un determinato punto del tempo le due linee temporali, passata e presente, continuano a scorrere alla normale velocità. Non si ha che una possibilità, un momento passato, di nuovo, non tornerà più. E così sia il detective Carlin (Deja Vu) che il giovane John Sullivan (Frequency) sono costretti ad una lotta contro il tempo per modificare gli eventi provocando, allo stesso tempo, il minor numero di sconvolgimenti possibili. Nella durissima lotta contro la concatenazione imprevedibile degli eventi scopriamo quanto delicata debba essere ogni mossa nel passato e quanto, a volte, tutto sembri comunque essere già scritto.
Caso particolare Smoking-No Smoking (1993)di Alain Resnais è più che un film doppio (come lo sarà invece, qualche anno più tardi, Sliding Doors (1998) di Peter Howitt): è un gioco di incastri , di possibilità, di alternative. Una banalissima azione, l’accendere una sigaretta,offre lo spunto al regista francese per percorrere tutta una serie di conseguenze determinate da quel semplice gesto. Riviviamo lo stesso corso di eventi, ma ogni volta in maniera diversa. Alla fine ciascun film avrà proposto sedici possibili “soluzioni”, in un gioco di spirito e di intelligenza che coglie in pieno la casualità della vita.
Lola Rennt (1998, ‘Lola Corre’) di Tom Tykwer affronta di nuovo il tema delle diverse possibilità e dei possibili esiti di un’azione. A differenza di Sliding Doors la storia non prosegue per due strade separate ma si ripete, dal momento in cui Lola riceve la telefonata di Manni al (tragico) epilogo finale. Ogni volta però c’è qualcosa di diverso: Lola non prende la stessa decisione, per qualche frazione di secondo accadono altri imprevedibili eventi, non solo nella sua vita ma anche in quella delle persone che incrocia per strada, di cui, con veloci istantanee, Tykwer ci mostra il futuro.
6.4.4 La struttura circolare.
Esistono infine film in cui la circolarità, o la ripetizione, viene costruita a livello di montaggio: la narrazione di una storia lineare abbandona la linea cronologica degli eventi e anticipando eventi futuri ricrea una sorta di ciclo, una struttura circolare. In alcuni casi sembra avere lo scopo di stimolare l’interesse dello spettatore anticipando un evento, in altri di dare già –seppure in maniera abbastanza criptica- un senso di lettura degli eventi del film (che molto spesso non si riesce a comprendere se non alla fine), in altri casi ancora getta immediatamente lo spettatore in uno stato di inquietudine e di incomprensione o di interesse, di curiosità, che lo porterà a seguire in ogni dettaglio lo svolgimento della storia al fine di comprendere ognuno degli elementi che porteranno al compiersi del ciclo.
Parlare di circolarità in questi casi è forse in parte inappropriato in quanto nella maggior parte dei casi si tratta di storie lineari in cui l’elemento ciclico è un’astratta sensazione provocata dall’anticipazione del montaggio.
Mentre sembra che tutto si unisca in un ciclo in realtà la storia scorre secondo un ordine cronologico ben preciso, più o meno nascosto ma comunque presente.
Accennando soltanto le citazioni dei celebri Pulp Fiction (1994) di Quentin Tarantino o The Million Dollar Hotel (2000) di Wim Wenders, entrambi costruiti su strutture circolari abbastanza semplici, passiamo subito ad esempi più complessi.
Prendendo in analisi Memento(2000), di Christopher Nolan, possiamo osservare come il film sia costruito con una sorta di virtuosismo del montaggio, talvolta in senso inverso all’effettivo svolgimento, talvolta ripetitivo o apparentemente disordinato. Quello che il regista, Cristopher Nolan, intende fare è far vivere allo spettatore la storia dallo stesso punto di vista del soggetto, costretto ad accumulare informazioni incerte e frammentarie e a ricominciare ogni volta dallo stesso punto di partenza. E’ curioso come in questo caso sia questa trovata nel montaggio a dare al film tutta la sua carica espressiva ed emozionale: vedendo la stessa storia con le scene montate in ordine cronologico non resta che una storia piatta, priva di suspence e di inquietudine.
Non da meno The Machinist (2004, ‘L’Uomo senza sonno’), di Brad Anderson, modella con il montaggio una storia inquietante e ricca di colpi di scena, una storia che inizia quasi dalla sua conclusione per poi arrivarci di nuovo aggiungendo via via nuovi elementi misteriosi pronti ad essere svelati in un’esplosione finale. Il film spagnolo utilizza di nuovo il fattore mnemonico ma in maniera molto più delicata: Trevor Reznik confuso da allucinazioni e ricordi offuscati indaga con tutte le sue forze sull’identità di Ivan mentre il suo corpo e la sua mente cedono sempre di più alla lunghissima insonnia. La storia si riempie di volti e di elementi sempre più intricati che vorticosamente conducono alla soluzione. Ma non ci sarà nessun ciclo. Una volta che Trevor avrà scoperto la verità potrà solo accettarla e, finalmente, dormire.
Thirteen conversations about one thing (2001 ‘Tredici variazioni sul tema’) di Jill Sprecher è una storia circolare costruita su continui salti temporali. Episodi che sembrano scollegati raccontano in realtà la stessa storia dal diverso punto di vista dei vari personaggi. Di nuovo in concomitanza con la circolarità troviamo la concatenazione casuale degli eventi ma non solo. Nel film è infatti fortemente presente il carattere ciclico e ripetitivo della vita: la maggior parte dei personaggi soffrono per la monotonia della piatta routine giornaliera non rendendosi conto che il romperla potrebbe renderli ancora più infelici o che a volte nell’evitarla altro non hanno fatto che crearsi una nuova abitudine.
Un discorso a parte merita forse Human Nature (2001) di Michel Gondry. La struttura circolare diventa qui sperimentazione mentre la ciclicità si mescola alla linearità del film con trovate geniali e divertenti. La storia racconta di uno scienziato con manie di disciplina e galateo che, insieme alla compagna, una scrittrice naturalista che ha vissuto qualche anno da “selvaggia”, trova un uomo nato e vissuto come una scimmia. Mentre lui cerca di istruirlo ed educarlo Lila combatte affinché il selvaggio mantenga la sua natura e la sua libertà. Le incongruenze del mondo civilizzato sono di nuovo messe a nudo.
Il film inizia a fatto avvenuto. La sequenza d’apertura si svolge all’interno della tana di due topolini bianchi. Fuori si sentono delle voci quasi incomprensibili, i topolini , titubanti, escono dal loro nido e quasi subito c’è uno sparo. Un grosso corvo, spaventato, si alza in volo e notando i due topolini si mette a dargli la caccia finché i due si dividono portandolo ad andare a sbattere contro il tronco di un albero ai cui piedi c’è un uomo, disteso, di cui vediamo solo le scarpe. La storia a questo punto ci viene raccontata da Lila, accusata dell’omicidio del compagno (Nathan) e dal selvaggio (Puff), testimone dell’accaduto. Alla fine scopriamo che i due topolini non sono altro che le educate cavie dello scienziato liberati da Lila poco prima della liberazione di Puff. Di nuovo la scena d’apertura si ripete ma da un’altra angolazione: l’interesse si porta questa volta su Nathan, Lila e Puff che stanno animatamente discutendo (le voci). Un colpo di pistola (lo sparo) uccide Nathan (il corpo ai piedi dell’albero). Sullo sfondo, tra Lila e Puff, un uccello (il corvo) va a sbattere contro un albero.
Non è tutto. Un senso di ripetitività dato dalla natura degli eventi pervade tutto il film: Nathan, costretto fin da piccolo a severe e noiose lezioni di educazione, disciplina e galateo ripete un po’ lo stesso atteggiamento con Lila e ancora più ossessivamente con i topolini che in laboratorio tenta a tutti i costi di educare al bon ton umano così come i genitori avevano fatto con lui.
Ma l’elemento più geniale è dato indubbiamente dalla condizione di Nathan. Morto ma non ancora “in pace” lo scienziato si trova in una luminosa stanza bianca, dalla quale non può uscire se non per rientrare subito dalla porta opposta e nella quale sembra destinato a passare l’eternità.
«Questa è la fine della storia. Vado in paradiso adesso? O all’inferno?..O..cos’è? Sto qui…e ve la racconto di nuovo? Dall’inizio? » chiede.
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(4) “The Body Vanishes. La crisi dell’identità e del soggetto nel cinema americano contemporaneo.” (Lindau, Torino 2000)
(5) Cit. A. Pezzotta, Segnocinema 62, Luglio-Agosto 1995
(6) Cit. S. Pallucci, recensione del film (vedi fonti)
(7) Sembra che il nome di effetto farfalla sia stato ispirato da uno dei più celebri racconti fantascientifici di Ray Bradbury del 1952: Rumore di Tuono (A Sound of Thunder, in R is for Rocket), in cui nel futuro, grazie ad una macchina del tempo, vengono organizzati dei safari temporali per turisti. In una remota epoca preistorica un escursionista del futuro calpesta una farfalla provocando una catena di incredibili conseguenze per la storia umana.
(8) Un sistema dinamico si dice caotico se a variazioni infinitesime delle condizioni al contorno (o, genericamente, degli ingressi) corrispondono variazioni finite in uscita. Come esempio banale: il fumo di più fiammiferi accesi in condizioni macroscopicamente molto simili (pressione, temperatura, correnti d’aria) segue traiettorie di volta in volta molto differenti.














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